Dalla Storia diplomatica segreta del XVIII secolo (quinto e sesto capitolo): Marx descrive la storia politica dell'impero russo
Avvertenza della redazione: La storia politica dell'autocrazia russa, in questo scritto di Marx che qui esponiamo, è decisiva per comprendere le basi che hanno determinato lo sviluppo successivo della lotta delle classi russe. Il testo da cui è estratto era diretto da Marx contro la politica inglese di sostegno all'impero russo. Per Marx questa politica aveva come conseguenza il rafforzamento del «gendarme europeo» sopratutto ai danni della rivoluzione tedesca. Pur di combattere questa politica Marx accetta di scrivere per un giornale reazionario.
Marx vuol dimostrare da un lato che la suddetta politica non è nell'interesse dell'Inghilterra, dall'altro la barbarie dello strumento, l'autocrazia russa, su cui questa poggia. E' questo secondo aspetto che qui riprendiamo.
Ed è questo secondo aspetto che David B. Rjazanov, grande storico del marxismo, ha sottoposto ad una serrata critica. Rjazanov ritiene Pietro il Grande, fondatore della Russia autocratica, espressione del mercantilismo, cioè della fase inferiore del capitalismo. Marx invece ne descrive l'origine mongola, tartara, barbara e quindi una natura sociale dispotica, asiatica, precapitalistica.
Attribuendo all'autocrazia russa una o l'altra origine si deforma completamente il processo di sviluppo della stessa lotta delle classi russe e, soprattutto, dei presupposti e delle basi sociali della formazione economico-sociale dell'URSS.
Non condividiamo il parere di Rjazanov. Ma, oltre alla questione in sé, è importante sottolineare come la questione stessa sia stata oggetto di un opera editoriale (La Pietra, Storia diplomatica segreta del XVIII secolo, K. Marx) alla fine degli anni '70, e come la questione fosse chiaramente posta da Rjazanov ben nel 1909. Quindi una questione dibattuta in seno al movimento rivoluzionario russo ma di cui l'antistalinismo tradizionale non ha mai tenuto debito conto. Anzi, la tesi della natura capitalstatale dell'URSS stalinista presuppone acriticamente l'accettazione della tesi che Rjazanov contrappone a quella di Marx.
Anziché ponzare «partiti leninisti» o «trotzsko-leninisti» e/o «conservare quadri», l'antistalinismo tradizionale, gli uomini che lo hanno espresso negli anni '70, avrebbero fatto meglio a render conto di questo dibattito. Ma erano troppo impegnati ad elaborare «strategie» che i fatti, la storia successiva hanno ridicolizzato. Se la storia della loro lotta l'un contro l'altro, una lotta all'ultimo capello, non ha partorito neanche un embrione di partito politico della classe operaia ma montagne, fiumi e mari di parole (al vento e scritte, dietro cui celiano ancor oggi) vi è certamente una ragione.
Non rientra però nei nostri scopi lo studio dei motivi che hanno condotto al fallimento il vetero antistalinismo nonostante, nelle loro stesse «strategie» dell'epoca, riconoscessero (per un motivo o per l'altro) quell'epoca stessa come un momento «favorevole» alla costituzione di una formazione politica di classe.
Lo scopo che ci proponiamo è più circoscritto. Riportare la discussione «marxista» sul terreno dei fatti e non delle «dottrine» leniniste, bordighiste, luxemburghiste, trotzkiste ecc..
Non può esserci scienza sociale senza fatti sociali. La comprensione della NEP bolscevica, ad esempio, non è possibile se non la si riconduce alle sue cause, agli effetti che l'hanno prodotta. La rappresentazione che i russi ne avevano è ancora un altra cosa, anche e nonostante fra essi si debbano annoverare veri e propri «maestri» di comunismo. Del resto Marx, Engels, Lenin, lo stesso Trotzky, hanno sempre trattato così le loro stesse conclusioni: come risultati che in un processo scientifico di analisi e di lotta sociale si rivelavano successivamente come errori, risultati perfezionabili, tappe di approssimazione alla verità scientifica, sociale, fondamento di ogni azione di classe non velleitaria.
In Italia, particolarmente, l'atteggiamento antiscientifico di conservazione dello stato del marxismo ha raggiunto i suoi massimi con la formazione di una vera e propria corrente denominatasi «sinistra comunista», Bordighista, la cui sostanza è racchiusa nella formula «conservare la dottrina». Qui neghiamo persino che il marxismo sia mai stato, per i suoi fondatori, in un qualsiasi modo, una «dottrina». Marx rifiutava persino il termine, ormai impostosi, di «marxista». E' come se un qualsiasi "scienziato" studiasse come conservare la biologia allo stato in cui l'aveva portata, ed esempio, un Pasteur. Tutti riderebbero di una simile operazione: svilimento della scienza, viltà dello "scienziato"!! Nel nostro campo invece i vetero antistalinisti se ne gloriano. Alcuni addirittura si considerano (gruppi?) «leninisti» della sinistra comunista nonostante non siano neanche in grado di porgere una citazione, una frase, di Lenin che possa in qualche modo giustificare le posizioni conservatrici (teoriche, strategiche, tattiche, politiche, sindacali e/o di qualsiasi tipo) di tali «leninisti».
Per parte nostra invitiamo il lettore a soffermarsi sull'importanza teorica che ha questo stralcio dal testo di Marx, a recuperare l'opera citata in cui si trova anche la critica di D.B. Rjazanov ed uno scritto di Bernd Rabehl che riassume il dibattito sulla natura asiatista dell'URSS sino ai giorni nostri, a cui sembra non aver partecipato solo il nostro italianissimo, anche quando «estero», vetero antistalinismo.
Prima di addentrarci nell'analisi dell'opuscolo intitolato La verità è sempre la verità, in qualsiasi epoca, con il quale concluderemo l'Introduzione alle Rivelazioni diplomatiche, appare opportuna qualche osservazione preliminare sulla storia generale della politica russa.
La schiacciante influenza della Russia ha preso l'Europa alla sprovvista in diverse epoche, ha spaventato i popoli dell'Occidente che vi si sono sottomessi come a una fatalità o vi hanno opposto resistenza solo con sporadiche violenze. Ma, a fianco del fascino esercitato dalla Russia, corre anche uno scetticismo che rinasce sempre, che la segue come un'ombra, che cresce con la sua crescita, che mescola acute note di ironia alle urla dei popoli tormentati e che si prende gioco della sua stessa grandezza come di un atteggiamento istrionico, assunto per accecare o per ingannare. Altri imperi hanno suscitato dubbi simili nella loro infanzia, la Russia è cresciuta fino a diventare un colosso senza averli dissipati. Essa ci offre un unico esempio nella storia di un impero immenso, la stessa realtà della cui potenza, persino dopo conquiste su scala mondiale, non ha mai cessato di essere trattata più come una questione di fede che di fatto. Dall'inizio del XVIII secolo ai nostri giorni nessun autore, avesse come scopo di esaltare o di criticare la Russia, ha mai ritenuto possibile dispensarsi dal dimostrare prima la sua esistenza.
Ma, sia che rispetto alla Russia noi abbiamo un atteggiamento spiritualista o materialista, sia che consideriamo il suo potere come un fatto tangibile o come la mera visione delle coscienze colpevolizzate dei popoli europei, la questione rimane la stessa: " Come è riuscita questa Potenza - questo fantasma di Potenza - ad assumere una tale dimensione, da suscitare da una
parte, la denuncia appassionata e dall'altra l'irato diniego della minaccia che essa costituiva per il mondo con il suo tentativo di trasformarsi in Monarchia Universale? ". Agli inizi del secolo XVIII, la Russia era considerata come un'improvvisa ed effimera creazione del genio di Pietro il Grande. Schloezer55 credette di aver fatto una scoperta quando constatò che essa aveva un passato e nei tempi moderni scrittori come Fallmerayer,57 seguendo inconsciamente il sentiero battuto dagli storici russi, hanno deliberatamente affermato che lo spettro del Nord che spaventa l'Europa del secolo XIX copriva già con la sua ombra l'Europa del secolo IX. Per loro, la politica della Russia inizia con i primi Rurikidi ed è stata, seppur con qualche interruzione, sistematicamente continuata fino ad oggi.
Vengono dispiegate ai nostri occhi antiche mappe della Russia, che ci fanno vedere dimensioni europee ancora maggiori di quelle di cui essa ora si può vantare; il suo costante movimento di crescita dal IX all'XI secolo vi è ansiosamente indicato; ci si mostra Oleg58 che lancia 88.000 uomini contro Bisanzio, attacca il suo scudo a mo' di trofeo alla porta della capitale e costringe il Basso Impero a un trattato ignominioso; Igor59 che gli impone un tributo; Svjatoslav60 che si vanta: " I greci mi forniscono oro, oggetti preziosi, frutta e vino, l'Ungheria bovini e cavalli, dalla Russia prendo miele, cera, pellicce e uomini"; Vladimir61 che conquista la Crimea e la Livonia, strappando una delle figlie all'imperatore greco62 come fece Napoleone con l'imperatore della Germania, unendo l'impeto militare di un conquistatore del Nord con il dispotismo teocratico dei porfirogeniti63 diventando al tempo stesso padrone dei suoi sudditi sulla terra e loro protettore in cielo.
Tuttavia, nonostante il verosimile parallelismo suggerito da queste reminiscenze, la politica dei primi Rurikidi differisce fondamentalmente da quella della Russia moderna. Essa era né più né meno la politica dei barbari germanici che sommergevano l'Europa, mentre la storia delle nazioni moderne inizia solo dopo che l'ondata fu passata, il periodo gotico della Russia, in particolare, non è che un capitolo delle conquiste normanne. Così come l'impero di Carlo Magno precede la fondazione della Francia, dell'Italia e della Germania moderne, cosí l'impero dei Rurikidi precede la fondazione della Polonia, della Lituania, delle colonizzazioni del Baltico, della Turchia e della Moscovia stessa. Il rapido movimento di espansione non fu il risultato di schemi profondamente pianificati, ma il naturale prodotto della primitiva organizzazione delle conquiste normanne - vassallaggio senza feudi o feudi consistenti unicamente in tributi - mentre la ne-
55 August Ludwig von Schloezer (1735-1809): storico tedesco, slavista, autore fra l'altro di una Allgemeine Nordische Geschichte. Secondo Marx, «... il "signor consigliere Schloezer" appare il patriarca di cui gli altri si riconoscono discepoli» (Lettera a Engels del 29 novembre 1856, in MARX-ENGELS, Opere complete, vol. XL, cit., p. 21.
56 Jakob Philipp Fallmerayer (1790-1861): naturalista e viaggiatore tedesco, conoscitore del mondo orientale e slavo, di cui ha lasciato varie analisi e descrizioni.
57 Rurikidi: discendenti di Rjurik, il capo normanno che divenne signore di Novgorod, mentre il suo successore Oleg fu principe di Kiev, capitale del primo Stato russo. I vareghi, insediandosi a Novgorod e a Kiev nel IX secolo, riunirono gran parte delle terre slave dell'est e diedero agli slavi orientali la loro prima dinastia.
58 Oleg: principe di Kiev dall'892, attaccò Bisanzio nel 907.
59 Igor: successore di Oleg, regnò dal 912 al 945. Condusse due campagne contro l'impero bizantino nel 941 e 944, dopo le quali concluse con Bisanzio un accordo commerciale ulteriormente ampliato dal figlio Svjatoslav.
60 Svjatoslav: principe di Kiev dal 945 al 972, fino al 964 sotto la
reggenza di Olga, vedova di Igor e convertita al cristianesimo. Conquistò il Regno bulgaro del Danubio e minacciò Bisanzio,
ma fu sconfitto dall'imperatore Giovanni Zitnisce nel 970. Introdusse il diritto di successione eguale per tutti i discendenti maschi.
61 Vladimir: dopo varie lotte fratricide, realizzò un'unità reale dello Stato di Kiev dal 980 al 1015. Al suo regno risalgono la piena affermazione del cristianesimo e il primo conio di una moneta russa.
62 Il trattato del 988, che offriva agli imperatori bizantini Basilio e Costantino - minacciati da disordini interni - il concorso di mercenari slavi, sancì il matrimonio, tra la principessa Anna, sorella degli imperatori, e Vladimir.
63 Porfirogeniti: nati nella porpora; denominazione data ai membri della famiglia imperiale di Bisanzio.
cessità di sempre nuove conquiste era tenuta in vita da un flusso ininterrotto di nuovi avventurieri varieghi, assetati di gloria e di saccheggi. I capi, benché desiderosi di riposo, erano costretti a proseguire dalle loro fedeli bande e sia in Russia che nella Normandia francese si arrivò al punto che i capi spingevano a nuove predatorie incursioni i loro incontrollabili e insaziabili compagni d'armi al solo scopo di disfarsene. Il modo di fare la guerra e l'organizzazione delle terre conquistate dai Rurikidi non differisce in alcun modo da quello dei normanni del resto d'Europa. Se le tribù slave furono soggiogate non solo con la spada ma anche con un accordo reciproco, la singolarità del fatto deriva dall'eccezionale posizione geografica di queste tribù, che situate in mezzo tra un'invasione dal nord e una dall'est, accettarono la prima per proteggersi dall'altra. La stessa magica attrazione che esercitava la Roma dell'ovest sui barbari del nord, attrasse i varieghi verso la Roma dell'est. La stessa migrazione della capitale russa - poiché Rjurik la fissò a Novgorod, Oleg la spostò a Kiev e Svjatoslav tentò di fissarla nel Regno bulgaro - dimostra, al di là di ogni dubbio, che l'invasore cercava ancora la strada a tentoni e considerava la Russia semplicemente come una tappa intermedia, dalla quale ripartire alla ricerca di un impero nel sud. Se la Russia moderna brama il possesso di Costantinopoli per stabilire il suo dominio nel mondo, i Rurikidi, al contrario, furono costretti dalla resistenza di Bisanzio, sotto Zimisce, a stabilire definitivamente il loro dominio in Russia.
Si può obiettare che vincitori e vinti si amalgamarono in Russia molto più in fretta che in qualsiasi altra terra conquistata dai barbari del nord, che i loro capi si confusero presto con gli slavi, come è dimostrato dai loro matrimoni e dai loro nomi. Ma conviene ricordare anche che la Banda Fedele, che formava al tempo stesso la loro guardia e il loro consiglio della corona, restò formata esclusivamente di varieghi, che Vladimiro, che segna l'apogeo della Russia gotica, e Jaroslav,64 che segna l'inizio del declino, furono installati sul trono dalle armi dei vareghi.
Se si può rintracciare una qualche influenza slava in quest'epoca è quella di Novgorod, uno Stato slavo, le cui tradizioni, politica e tendenze erano talmente in contraddizione con quella della Russia moderna che l'uno poteva fondare la propria esistenza solo sulle rovine dell'altro. Sotto il regno di Jaroslav, si interrompe la supremazia dei vareghi, ma nello stesso tempo sparisce con essa la tendenza alle conquiste del primo periodo e inizia il declino della Russia gotica. La storia di questo declino, più ancora di quella della conquista e della formazione, prova il carattere esclusivamente gotico dei Rurikidi.
64 Jaroslav, il Saggio: regnò su tutto lo Stato di Kiev dal 1034 al 1054, dopo varie lotte fratricide per arrivare al trono. Redasse le prime regole giuridiche per l'insieme del Paese - completate nel corso dei due secoli successivi e raccolte nella Russkaja pravda - secondo le quali il principe era proprietario «eminente» di tutta la terra russa.
L'impero messo insieme dai Rurikidi, immenso, mostruoso e precocemente formato, come gli altri imperi che ebbero uno sviluppo simile, viene ripartito in feudi, diviso e ridiviso tra i discendenti dei conquistatori, lacerato da guerre feudali, fatto a pezzi dall'intervento di popoli stranieri. La suprema autorità del Gran Principe scompare di fronte alle pretese rivali di settanta principi del sangue. Il tentativo di Andrea di Suzdal 65 di ricostituire larghe frazioni dell'Impero trasportando la capitale da Kiev a Vladimir non ha altro risultato che di propagare la decomposizione dal sud al centro. Il terzo successore di Andrea abbandona anche l'ultima ombra di supremazia, il titolo di Gran Principe, e l'omaggio, puramente formale, che gli era tributato. I feudi del sud e dell'ovest divennero mano a mano lituani, polacchi, ungheresi, livoniani, svedesi. Kiev stessa, antica capitale, segue un suo proprio destino dopo essere decaduta da sede del Gran Principato a città che controllava solo il proprio territorio. Così la Russia dei normanni sparisce completamente dalla scena e le ultime deboli tracce che sopravvivevano si dissolvono davanti alla terribile apparizione di Genghiz Khan.66 Il pantano sanguinoso della schiavitù mongola, non la rude gloria dell'epoca normanna, costituisce la culla della Moscovia, di cui la Russia moderna non è che una metamorfosi.
Il giogo tartaro durò dal 1237 al 1462, più di due secoli, e fu un giogo che ebbe l'effetto non solo di schiacciare ma anche di disonorare e di inaridire l'anima stessa del popolo che ne cadeva preda. I tartari mongoli stabilirono un regime di terrore sistematico, le cui istituzioni erano la devastazione e il massacro di massa. Poiché il loro numero era ridotto rispetto alle loro enormi conquiste, vollero ingrandirlo circondandolo di un'aureola di terrore e vollero anche ridurre, con massacri di massa, le popolazioni che avrebbero potuto insorgere alle loro spalle. La loro tattica della terra bruciata era guidata dallo stesso principio economico che ha spopolato gli altopiani della Scozia e la campagna di Roma, quello della trasformazione degli uomini in pecore e di terre fertili e popolose in pasture.
Il giogo tartaro durava già da un centinaio di anni quando la Moscovia emerse dall'oscurità. Per fomentare la discordia tra i principi russi e per assicurarsene la servile sottomissione, i mongoli avevano restaurato il titolo di Gran Principe. La contesa tra i principi russi per questo titolo fu, come ha scritto un autore moderno, " una contesa abietta, una contesa di schiavi, la cui arma principale era la calunnia e la denuncia reciproca ai loro crudeli governanti, per disputarsi un trono senza gloria che non offriva loro altra possibilità che il parricidio e il saccheggio,
65 Andrea Bogoljubskij: (circa 1111-1174), principe di Suzdal, dopo aver saccheggiato e distrutto Kíev nel 1169, trasferì la residenza del Gran Principe da Kiev a Vladimir.
66 Genghiz Khan (circa 1160-1227): eletto nel 1206 Gran Khan dei tartari, unificò tutte le genti tartare e guidò le grandi campagne verso occidente e verso sud.
che riempiva le loro mani d'oro e di sangue; trono a cui salivano strisciando per terra e conservavano solo inginocchiandosi, prostrandosi e strisciando sotto la scimitarra del Tartaro, sempre pronto a far rotolare ai suoi piedi quelle corone servili e le teste che cingevano ". Fu in questa infame contesa che il ramo 5 moscovita vinse infine la corsa. Nel 1328 la corona del Gran Principato, strappata ai principi di Tver a forza di denunce e di assassinii, fu raccolta, ai piedi di Uzbek Khan, da Jurij, il fratello maggiore di Ivan Kalita. Ivan I Kalita67 e Ivan III,68 chiamato il Grande, impersonificano l'ascesa moscovita grazie al giogo tartaro e il raggiungimento di un potere indipendente da parte della Moscovia al momento della sparizione del regime tartaro. L'intera politica della Moscovia, fin dalla sua prima apparizione sulla scena della storia, è riassunta nella storia di questi individui. La politica di Ivan Kalita consisté semplicemente nello svolgere il ruolo di abietto strumento del khan per assumere il potere e rivolgerlo contro i principi rivali e i suoi stessi sudditi. Per raggiungere questo scopo egli fu costretto a corteggiare il khan con l'adulazione piú cinica, con frequenti viaggi all'Orda d'oro,69 con umili richieste della mano di una principessa mongola, con lo sfoggio di zelo senza limiti per gli interessi del khan, con l'esecuzione senza scrupoli dei suoi ordini, con atroci calunnie contro la sua stessa gente, con il far convivere in sé i ruoli di boia del Tartaro, di parassita e di primo fra gli schiavi. Inquietava il khan con continue rivelazioni di congiure segrete. Ogni qualvolta il principato di Tver lasciava trapelare la benché minima velleità di indipendenza nazionale, egli si affrettava a denunciarla all'Orda. Ogni qualvolta gli veniva opposta resistenza faceva intervenire il Tartaro per annientarla. Ma non gli era sufficiente recitare una parte: per rendersi accettabile gli era necessario dell'oro: la continua corruzione del khan e dei suoi dignitari era l'unica base per edificare la sua costruzione di inganno e di usurpazione. Ma come poteva ottenere lo schiavo il denaro con cui corrompere il padrone? Persuase il Khan a nominarlo esattore delle tasse in tutti i feudi della Russia. Una volta investito della carica, estorse denaro con falsi pretesti. Per corrompere i tartari usò la stessa ricchezza accumulata grazie al terrore suscitato dal nome dei tartari. Sempre con la corruzione, indusse il metropolita a trasferire la sede vescovile da Vladimir a Mosca e, con il pretesto che quest'ultima era diventata la capitale religiosa, ne fece anche la capitale dell'Impero, unendo cosí il potere della Chiesa a quello del trono. Con la corruzione indusse i boiari dei principi rivali a tradirli e li attrasse a sé. Grazie all'influenza sia del Tartaro maomettano che della Chiesa or-
67 Ivan I, Kalita (Borsa di denaro): Gran Principe di Mosca dal 1328 al 1340.
68 Ivan III, il Grande: Gran Principe di Mosca dal 1462 al 1505.
69 Orda d'oro: l'insieme delle popolazioni mongole, cosí chiamate per lo splendore e lo sfarzo della residenza dei sovrani centrali - a Saraj sulla Volga inferiore - che esercitarono il loro potere sugli slavi, consistente essenzialmente nell'imposizione dei tributi e nel diritto di conservare in carica, o meno, i titolari dei principati.
todossa e dei boiari70 uní i principi feudali in una crociata contro il più pericoloso di loro, il principe di Tver. In seguito, poiché i suoi audaci tentativi di usurpazione avevano spinto i suoi alleati nella precedente impresa a resistergli e a condurre una guerra per il bene comune, egli non trasse la spada per combatterli ma corse dal khan e, ancora con corruzioni e inganni, lo indusse ad assassinare nei piú crudeli tormenti i suoi parenti rivali. La politica tradizionale dei tartari consisteva nel lanciare i principi russi uno contro l'altro, nell'alimentare i loro dissensi, nel costringere all'equilibrio le loro forze di modo che nessuno di essi potesse emergere. Ivan Kalita trasforma il khan in uno strumento con il quale egli si sbarazza dei suoi avversari piú pericolosi e abbatte ogni ostacolo nella sua marcia di usurpazione. Egli non conquista i feudi, ma subdolamente trasforma i diritti della conquista tartara a suo esclusivo profitto. Assicura la successione di suo figlio con gli stessi mezzi con i quali egli ha conquistato il Gran Principato di Moscovia, cioè con quella strana mentalità da principe e da schiavo allo stesso tempo. Per l'intera durata del regno non abbandona una sola volta la linea politica che si era tracciato, rimanendovi fedele con tenace fermezza e applicandola con metodica audacia. In questo modo divenne il fondatore della potenza moscovita e non a caso il suo popolo lo chiamò Kalita, che significa borsa di denaro, perché fu con il denaro e non con la spada che egli si apri la strada. Lo stesso periodo del suo regno è testimone dell'improvvisa crescita della Potenza lituana che smembra i feudi russi all'ovest, mentre il Tartaro li amalgama in una sola massa all'est. Ivan, mentre non osava opporsi a una di queste vergogne, sembrava ansioso di aggravare l'altra. Non si sarebbe certo lasciato sviare dal perseguire i suoi fini dagli allettamenti della gloria, dai rimorsi della coscienza o dalla stanchezza dell'umiliazione. Il suo sistema può riassumersi in poche parole: fu il machiavellismo di uno schiavo usurpatore. Riuscí a fare della sua debolezza - la schiavitú - la molla della sua forza.
La politica tracciata da Ivan I Kalita è la stessa dei suoi successori, che ne allargarono semplicemente il raggio di manovra. Essi vi si dedicarono laboriosamente, gradualmente, inflessibilmente. Da Ivan I Kalita possiamo perciò passare direttamente a Ivan III, chiamato il Grande.
All'inizio del suo regno (1462-1505) Ivan III era ancora tributario dei tartari, la sua autorità era ancora contestata dai principi feudali, Novgorod, alla testa delle repubbliche russe, regnava sul nord della Russia, la Polonia-Lituania cercava di conquistare la Moscovia e infine i cavalieri livoni non erano ancora disarmati. Alla fine del
70 Boiari: strato nobiliare originariamente costituito dal seguito dei principi normanni, con funzioni militari e amministrative che non venivano però ricompensate con la concessione di terre. Acquistarono una sempre maggiore indipendenza con la fine della dinastia normanna e l'inizio del dominio mongolo, trasformandosi progressivamente in una nobiltà terriera ereditaria. Questo processo conobbe una netta inversione di tendenza con Ivan III e l'affermarsi dell'autocrazia moscovita: il Gran Principe di Mosca rivendicò il suo diritto di proprietà su tutte le terre e la concessione delle stesse ai boiari fu condizionata al servizio reso allo Stato moscovita; accanto ai boiari, si andò formando una nuova classe burocratica e militare, i pomesciki, o «uomini prestanti servizio».
suo regno, troviamo Ivan III seduto su un trono indipendente, con a fianco la figlia dell'ultimo imperatore di Bisanzio, ai suoi piedi Kazan e ciò che restava dell'Orda d'oro che come gregge si radunava alla sua Corte, Novgorod e le altre repubbliche russe soggiogate, la Lituania diminuita e il suo re strumento nelle mani di Ivan, i cavalieri livoni vinti. L'Europa attonita, che all'inizio del regno di Ivan ignorava quasi l'esistenza della Moscovia, stretta tra i tartari e lituani, fu abbagliata dall'improvviso apparire di un immenso impero ai suoi confini orientali, e lo stesso sultano Bajazet, di fronte a cui tremava l'Europa, dovette ascoltare per la prima volta l'altezzoso linguaggio del moscovita. Come Ivan riuscí a compiere cosí ardue imprese? Era dunque un eroe? Gli stessi storici russi lo smascherano come un codardo confesso.
Esaminiamo brevemente le sue principali contese, nello stesso ordine in cui egli le intraprese e le concluse, le sue contese con i tartari, con Novgorod, con i principi feudali, infine con la LituaniaPolonia.
Ivan liberò la Moscovia dal giogo dei tartari non con un audace colpo decisivo, ma con un paziente lavoro di una ventina d'anni. Non spezzò il giogo, bensí se ne liberò di soppiatto, cosicché la sua fine ha piú l'aspetto di un'opera della natura che di un'azione dell'uomo. Quando il mostro tartaro infine spirò, Ivan apparve al suo letto di morte piú come un medico che ne aveva prognosticato e aveva speculato sulla sua morte piuttosto che come un guerriero che gliel'aveva inflitta. Il carattere di un popolo diviene piú grande quando si affranca da un giogo straniero; quello della Moscovia nelle mani di Ivan sembra diminuire. È sufficiente confrontare la Spagna in lotta contro gli arabi alla Moscovia in lotta contro i tartari.
Nel periodo dell'ascesa al trono di Ivan, l'Orda d'oro era da lungo tempo indebolita sia per lotte intestine, sia per la secessione dei tartari Nogay, per l'irruzione di Timur Tamerlano, per l'ascesa dei cosacchi e l'ostilità dei tartari di Crimea. La Moscovia al contrario, seguendo con costanza la politica tracciata da Ivan Kalita, era cresciuta fino a diventare una entità imponente, compressa ma nello stesso tempo unita dal giogo tartaro. Come fossero stati colpiti da un maleficio, i khan avevano continuato a farsi strumento dell'ingrandimento e della concentrazione moscovita. Per calcolo, essi avevano accresciuto il potere della Chiesa ortodossa che, nelle mani dei Gran Principi moscoviti, si rivolse come un'arma mortale contro di loro.
Per insorgere contro l'Orda, i moscoviti non avevano niente da inventare se non imitare i tartari stessi. Ma Ivan non insorse. Umilmente si riconobbe schiavo dell'Orda d'oro. Corrompendo
una donna tartara, persuase il khan ad ordinare il ritiro dei residenti mongoli dalla Moscovia e con simili mezzi, impercettibili e furtivi, portò il khan a successive concessioni, tutte fatali al suo dominio. Cosicché egli non conquistò, ma rubò il potere. Non cacciò il nemico dalle sue fortezze, lo fece allontanare con manovre. Pur continuando a prostrarsi di fronte ai messi del khan e a dichiararsi suo tributario, eluse il pagamento dei tributi con falsi pretesti, impiegando tutti gli stratagemmi di uno schiavo in fuga che non osa affrontare il padrone ma se la svigna alla chetichella. Infine il Mongolo si scosse dal suo torpore e scoccò l'ora della battaglia. Ivan, tremando alla sola idea di uno scontro armato, cercò di nascondersi dietro la propria paura e di disarmare il furore dell'avversario, sottraendogli l'oggetto su cui voleva sfogare la sua vendetta. È salvato soltanto dall'intervento dei tartari di Crimea, suoi alleati. Di fronte a una seconda invasione dell'Orda, egli ostentatamente mette insieme forze cosí sproporzionate che le sole dicerie sulla loro entità parano l'attacco. Alla terza invasione, in mezzo a 200.000 uomini, fugge come un miserabile disertore. Ritrascinato indietro, benché riluttante, cerca di contrattare le condizioni della schiavitù e alla fine, contagiando tutto l'esercito con la sua paura di schiavo, lo trascina in una fuga generale e disordinata. La Moscovia stava già aspettando con ansietà l'irreparabile rovina quando giunse la notizia che l'Orda d'oro era stata costretta a ritirarsi da un attacco portato dal khan di Crimea alla capitale e che, nella ritirata, era stata distrutta dai cosacchi e dai tartari Nogay. Cosí la sconfitta si trasformò in vittoria; Ivan aveva battuto l'Orda d'oro, non combattendola frontalmente, ma costringendola, con una simulata volontà di combattimento, a offensive che esaurirono la poca vitalità che le rimaneva e la esposero ai fatali colpi delle tribù della sua stessa razza che egli era riuscito a trasformare in suoi alleati. Vinse il Tartaro con un altro Tartaro. Come l'immenso pericolo che lui stesso s'era cercato non lo vide nemmeno per sbaglio capace del minimo gesto di coraggio, cosí il suo miracoloso trionfo non lo infatuò neppure per un momento. Con cauta circospezione, non osò incorporare Kazan nella Moscovia ma la diede, per cosí dire, da tenere in custodia fiduciaria ai sovrani appartenenti alla famiglia di Menghi-Ghirei, il suo alleato di Crimea. Con le spoglie del Tartaro vinto, incatenò il Tartaro vittorioso. Ma se era troppo prudente per assumere le arie di un conquistatore agli occhi dei testimoni della sua ignominia, questo impostore capì molto bene quanto dovesse essere abbagliante a distanza la caduta dell'impero tartaro, quale aureola di gloria potesse procurargli e quanto ciò avrebbe facilitato un glo-
rioso ingresso tra le Potenze europee. Di conseguenza egli assunse all'estero un teatrale atteggiamento da conquistatore e riuscì a nascondere sotto una maschera di orgogliosa suscettibilità e di irritabile altezzosità l'immagine inopportuna di un servo dei mongoli, che ancora non si dimenticava di baciare la staffa del più umile degli inviati del khan. Imitò, in tono piú dimesso, la voce degli antichi padroni, che avevano terrorizzato la sua anima. Alcuni modi di dire ricorrenti nel vocabolario della moderna diplomazia russa, come la magnanimità o la dignità offesa del padrone, sono presi dalle istruzioni diplomatiche di Ivan III.
Dopo la resa di Kazan, si lanciò nella spedizione, che da tempo andava maturando, contro Novgorod, che era alla testa delle repubbliche russe. Se il rovesciamento del giogo tartaro era ai suoi occhi la prima condizione per la grandezza moscovita, la distruzione della libertà russa era la seconda. Poiché la repubblica di Vjatka si era dichiarata neutrale tra la Moscovia e l'Orda d'oro e poiché la repubblica di Pskov, con le sue dodici città, aveva mostrato segni di disaffezione. Ivan adulò la seconda e finse di dimenticare la prima per concentrare tutte le sue forze contro Novgorod la Grande, con la caduta della quale egli sapeva che era segnata la sorte delle altre repubbliche russe. Con la prospettiva della spartizione del bottino attirò dalla sua parte i principi feudali, e sedusse i boiari, puntando sul loro cieco odio per la democrazia di Novgorod. Cosí trovò il modo di far marciare tre eserciti su Novgorod e di sopraffarla con forze sproporzionate. Ma allora, per non mantenere la parola data ai principi, per non venir meno al suo immancabile "Vos non vobis", ma allo stesso tempo temendo che non fosse ancora il momento di annettersi Novgorod per mancanza di preparazione preventiva, ritenne opportuno far mostra di subitanea moderazione e di accontentarsi di un'indennità e del riconoscimento della sua sovranità, ma nell'atto di sottomissione della repubblica egli fece scivolare alcune parole ambigue che lo riconoscevano suo supremo giudice e legislatore. Poi fomentò i dissidi tra nobili e plebei che infuriavano a Novgorod come a Firenze. Approfittò delle lamentele dei plebei per introdursi di nuovo nella città e per deportare i nobili, che sapeva ostili, in catene a Mosca, infrangendo cosí l'antica legge della repubblica secondo cui "nessun suo cittadino poteva essere giudicato e punito al di fuori dei confini del suo territorio". Da quel momento divenne l'arbitro supremo. "Mai", dicono gli annali, "mai, fin dai tempi di Rjurik, si era verificato un tale evento. Mai i Gran Principi di Kiev e di Vladimir avevano visto i cittadini di Novgorod venire a sot-
tomettersi ad essi come loro giudici. Solo Ivan poteva ridurre Novgorod a un tale stato di umiliazione". Furono necessari sette anni a Ivan per corrompere la repubblica esercitando la sua autorità giudiziaria. Quando infine ritenne che la forza della città fosse esaurita, pensò che fosse arrivato il momento di gettare la maschera. Ma per togliersi la maschera della moderazione, aveva bisogno che fosse Novgorod stessa a violare la pace. Così, come aveva simulato calma e pazienza, improvvisamente sembrò cedere a uno scoppio di collera. Dopo aver corrotto un inviato della repubblica perché si rivolgesse a lui in una pubblica udienza con il nome di sovrano, egli reclamò immediatamente tutti i diritti di un despota e l'autoannientamento della repubblica.71 Come aveva previsto, Novgorod rispose alla sua usurpazione con una insurrezione, con il massacro dei nobili e con la resa alla Lituania. Allora questo moscovita contemporaneo di Machiavelli si lamentò con gli accenti dell'indignazione morale. "Erano stati i cittadini di Novgorod a sceglierlo come sovrano. Ma quando, cedendo ai loro desideri, egli aveva infine assunto il titolo, essi l'avevamo sconfessato e avevano avuto l'impudenza di accusarlo formalmente di menzogna davanti a tutta la Russia. Essi avevano osato spargere il sangue dei loro compatrioti che gli erano rimasti fedeli e tradire il cielo e la sacra terra di Russia, chiamando entro i propri confini una religione e una dominazione straniere". Come, dopo il suo primo attacco a Novgorod, egli si era alleato ai plebei contro i nobili, così ora strinse un patto segreto con i nobili contro i plebei. Fece marciare le forze unite della Moscovia e dei suoi feudatari contro la repubblica. Al suo rifiuto di una incondizionata sottomissione, egli ricorse al metodo tartaro di vincere con il terrore. Per un mese intero, egli strinse sempre più intorno a Novgorod un cerchio di fuoco e di devastazione, tenendo sospesa la spada sulla città, aspettando con calma che la repubblica dilaniata dalle fazioni percorresse tutte le fasi della selvaggia disperazione, del cupo abbattimento e della rassegnata impotenza. Novgorod fu assoggettata. La stessa sorte seguirono le altre repubbliche russe.
È curioso vedere come Ivan colse il momento stesso della vittoria per forgiare le armi contro gli artefici stessi della vittoria. Con l'incamerare i beni del clero di Novgorod alla corona, si assicurò i mezzi per comprare i boiari, che da quel momento egli voleva contrapporre ai principi, e per fornire mezzi ai seguaci dei boiari che da quel momento egli voleva contrapporre ai boiari stessi. È anche doveroso notare come sia la Moscovia che la Russia moderna abbiano sempre impiegato i mezzi più raffinati per distruggere le repubbliche. Novgorod e le sue colonie
71 La parte da qui alla fine del capitolo era stata omessa nella edizione del 1899 (Sonnenschein, London). Nell'edizione inglese del 1969, il testo è stato ripreso da « The Free Press », 25 novembre 1857.
aprono la danza, segue la repubblica dei cosacchi e infine la Polonia. Per capire come la Russia abbia potuto inghiottire la Polonia, si deve studiare la lenta distruzione di Novgorod, che durò dal 147872 al 1528.
Sembrava che Ivan avesse spezzato la catena con la quale i mongoli legavano la Moscovia solo per incatenarvici le repubbliche russe. Sembrava che avesse ridotto in schiavitù le repubbliche solo per "repubblicanizzare" i principi russi. Per ventitré anni aveva riconosciuto la loro indipendenza, aveva sopportato la loro turbolenza, si era perfino abbassato di fronte ai loro oltraggi. Ora, con la disfatta dell'Orda d'oro e l'assoggettamento delle repubbliche, egli era diventato così forte e i principi, d'altro canto, erano diventati cosí deboli, per l'influenza che il moscovita esercitava sui loro boiari, che era sufficiente il semplice spiegamento di forze da parte di Ivan per decidere la contesa. Ciononostante, all'inizio, egli non abbandonò il metodo della prudenza. Scelse il principe di Tver, il più potente dei feudatari russi, come primo obiettivo delle sue operazioni. Cominciò con il costringerlo all'offensiva e all'alleanza con la Lituania, poi lo denunciò come traditore e lo costrinse col terrore a successive concessioni che lo portarono a distruggere i suoi mezzi di difesa, indi giocò sulla falsa posizione in cui queste concessioni lo avevano messo rispetto ai suoi sudditi e alla fine lasciò che il sistema adottato seguisse il suo corso. Finì con l'abbandono della lotta da parte del principe e con la fuga in Lituania. Tver fu unita alla Moscovia e Ivan poté proseguire con terribile determinazione nell'esecuzione di quel piano lungamente meditato. Gli altri principi subirono quasi senza resistenza la degradazione al rango di semplici governatori. Non restavano che i due fratelli di Ivan. Uno fu persuaso a rinunciare al suo feudo, l'altro, attirato a corte e sconfitta la sua diffidenza da ipocrite dimostrazioni di amore fraterno, fu assassinato.
Siamo ora arrivati all'ultimo grande conflitto di Ivan - quello con la Lituania. Iniziato con la sua ascesa al trono, non finì che pochi anni prima della sua morte. Per trent'anni egli relegò questo conflitto nel campo diplomatico, fomentando ed esasperando i dissensi interni tra Lituania e Polonia, attirando a sé i feudatari russi scontenti della Lituania, paralizzando il suo avversario con il creargli continuamente nemici: Massimiliano dì Austria, Mattia Corvino d'Ungheria e soprattutto Stefano, il gospodar della Moldavia che aveva legato a sé con un matrimonio, infine Menghi-Ghirei, che si dimostrò uno strumento potente contro la Lituania quanto lo era stato contro l'Orda d'oro. Alla morte di re Casimiro73 comunque, e all'ascesa al trono del de-
72 Nell'originale inglese - e anche nell'ultima edizione del 1969 - si trova la data 1178, ma si tratta evidentemente di un errore di stampa: Ivan III attaccò la Repubblica di Novgorod, che si era alleata con la Polonia-Lituania contro Mosca, nel 1478.
73 Casimiro IV: re di Polonia dal 1447 al 1492 e Gran Principe di Lituania.
bole Alessandro,74 quando i troni di Lituania e di Polonia si trovarono momentaneamente separati, quando questi due paesi ebbero indebolito le loro forze in un reciproco conflitto, quando la nobiltà polacca, assorta nei suoi sforzi per indebolire il potere regale da una parte e per fiaccare i kajmini75 e i ceti urbani dall'altra, abbandonò la Lituania e permise che indietreggiasse di fronte alle simultanee incursioni di Stefano di Moldavia e di Menghi-Ghirei, quando insomma la debolezza della Lituania era diventata tangibile, solo allora Ivan capì che si presentava l'occasione favorevole a una manifestazione di forza e che esistevano tutte le condizioni per il successo di un intervento fulmineo da parte sua. Tuttavia non andò al di là di una teatrale dimostrazione di guerra, di una raccolta di forze schiaccianti. Come aveva previsto, il simulare una volontà di scontro bastò a far capitolare la Lituania. Con un trattato, estorse il riconoscimento delle usurpazioni che aveva furtivamente compiuto ancora ai tempi di re Casimiro e inflisse ad Alessandro non solo la sua alleanza ma anche sua figlia. Usò l'alleanza per impedire ad Alessandro di difendersi dagli attacchi portati dallo stesso suocero, usò la figlia per suscitare una guerra di religione tra l'intollerante re cattolico e i suoi sudditi di confessione ortodossa, da lui perseguiti.76 In mezzo a questi disordini, egli si arrischiò infine a tirar fuori la spada e si impadronì dei possedimenti feudali russi, dipendenti dalla Lituania fino a Kiev e a Smolensk.77 La religione ortodossa si dimostrò in genere come uno degli strumenti più potenti. Ma per aspirare all'eredità di Bisanzio, per nascondere le stigmate della schiavitù mongola sotto il mantello dei porfirogeniti, per legare il trono creato dal nulla della Moscovia al glorioso impero di San Vladimiro, per affermare nella propria persona il nuovo capo temporale della Chiesa ortodossa, chi doveva andare a scegliere Ivan in tutto il mondo se non il papa cattolico? Alla Corte del papa si era rifugiata l'ultima principessa di Bisanzio.78 Dal papa egli l'ottenne con l'inganno, giurando di abiurare - giuramento da cui immediatamente ordinò al suo primate di scioglierlo.
La semplice sostituzione di nomi e date dimostrerà fino all'evidenza che tra la politica di Ivan III e quella della Russia moderna non esistono somiglianze ma identità. Ivan III, da parte sua, non fece che perfezionare la politica tradizionale della Moscovia, lasciata in eredità da Ivan I Kalita. Ivan Kalita, lo schiavo. dei mongoli, divenne grande esercitando il potere dei suoi maggiori nemici, i tartari, contro i suoi nemici minori, i principi russi. Egli non poteva esercitare il potere dei tartari se non con la frode. Costretto a dissimulare di fronte ai suoi padroni la for-
74 Alessandro: figlio di Casimiro IV, Gran Principe di Lituania dal 1492 al 1506 e re di Polonia dal 1501 al 1506; sposò nel 1495 Elena, figlia di Ivan III.
75 Contadini di condizione servile (da Kajmas: villaggio), furono protagonisti di grossi movimenti antifeudali nel corso del XV secolo.
76 Malgrado il matrimonio con Alessandro, di religione cattolica romana, Elena conservò la propria confessione greco-ortodossa.
77 Queste campagne durarono dal 1503 al 1514, quando cadde Smolensk, punto d'incontro delle principali vie commerciali da Mosca verso l'Europa centrale.
78 Sofia Paleologa: vissuta a Roma dopo la caduta di Bisanzio (1453), divenne sposa di Ivan III nel 1472.
za che in realtà egli stava accumulando, egli doveva abbagliare i suoi pari, servi come lui, con un potere che non aveva. Per risolvere il suo problema, egli dovette erigere a sistema tutte le astuzie della piú abietta schiavitú e applicare questo sistema con la paziente fatica dello schiavo. Anche lo spiegamento aperto di forze poteva entrare solo come un intrigo in un sistema di intrighi, di corruzione e di usurpazioni furtive. Non poteva colpire se prima non aveva avvelenato. L'unicità degli scopi diventò per lui duplicità nell'azione. Rafforzarsi con l'uso fraudolento di una Potenza nemica, indebolire quella Potenza per il fatto stesso di servirsene e infine rovesciarla grazie agli effetti prodotti dai mezzi usati: questa fu la politica di Ivan Kalita, ispiratagli dal suo carattere peculiare di padrone e di servo nello stesso tempo. Fu la stessa politica di Ivan III.
È ancora la politica di Pietro il Grande e della Russia moderna, comunque siano cambiati il nome, la sede, le caratteristiche della Potenza nemica di cui servirsi. Pietro il Grande è in realtà l'inventore della politica della Russia moderna, ma la inventò solo con lo spogliare il vecchio metodo moscovita dei suoi caratteri puramente locali, degli elementi che vi si erano accidentalmente mescolati, con il distillarlo fino alla quintessenza, con il generalizzarne gli scopi e elevarli dal rovesciamento di un potere limitato all'aspirazione a un potere illimitato. Egli trasformò la Moscovia nella Russia moderna generalizzando il suo sistema, non semplicemente aggiungendo qualche provincia. Per riassumere, fu nella terribile e abietta scuola della schiavitú mongola che fu allevata e crebbe la Moscovia. Acquistò forza e potere solo perfezionandosi nell'arte della servitú. Anche quando si emancipò, la Moscovia continuò a svolgere il suo ruolo tradizionale di schiavo-padrone. Alla fine, Pietro il Grande unì l'abilità politica dello schiavo mongolo alle fiere aspirazioni del padrone mongolo, a cui Genghiz Khan aveva, per testamento, lasciato la conquista del mondo.
Qualsiasi osservatore resterà colpito da un aspetto caratteristico della razza slava. Quasi ovunque essa si limitò all'entroterra, lasciando le regioni costiere a tribù non slave. Le tribù finnico-tartare occuparono le rive del Mar Nero, i lituani e i finnici quelle del Baltico e del Mar Bianco. Ogni qualvolta riuscirono ad arrivare ai bordi del mare, sia nell'Adriatico che in una parte del Baltico, gli slavi dovettero presto sottomettersi a una legge straniera. Il popolo russo condivise questo comune destino della razza slava. Nell'epoca in cui per la prima volta apparve nella storia, la sua culla era la regione intorno alla sorgente e al corso superiore del Volga e dei suoi affluenti, il Dnjepr, il Don e la
Dvina settentrionale. Da nessuna parte il loro territorio toccava il mare, fatta eccezione per l'estremità del Golfo di Finlandia. Né, prima di Pietro il Grande, si erano dimostrati capaci di conquistare qualsiasi sbocco marittimo, ad eccezione di quello del Mar Bianco che per i tre quarti dell'anno è bloccato dai ghiacci e immobile. Il territorio su cui ora sorge Pietroburgo è stato per più di mille anni conteso tra finnici, svedesi e russi. Tutta la rimanente estensione costiera da Polangen, vicino a Memel, fino a Tornea, l'intera costa del Mar Nero, ad Akkerman a Redut Kaleh, è stata conquistata solo più tardi.
E, quasi a confermare questa peculiarità antimarittima della razza slava, nessuno dei vari abitanti della costa baltica ha realmente adottato la nazionalità russa, né l'hanno fatto quelli della costa circassa e mingreliana, nella parte orientale del Mar Nero. Furono soltanto le coste del Mar Bianco, per quanto fosse possibile coltivarle, alcune parti della costa settentrionale del Mar Nero e parte delle coste del Mare di Azov ad essere realmente abitate da popolazioni russe che, d'altra parte, nonostante le nuove circostanze in cui venivano a trovarsi, rifuggirono dal mare e
restarono tenacemente aggrappate alle tradizioni da animali terrestri dei loro antenati.
Fin dall'inizio, Pietro il Grande infranse tutte le tradizioni della razza slava. « È l'acqua ciò di cui la Russia ha bisogno ». Queste parole, che egli indirizzò come un rimprovero al principe Kantemir sono scritte nella prima pagina della sua vita. La conquista del Mare di Azov fu il suo vero scopo nella guerra contro la Turchia, la conquista del Baltico nella guerra contro la Svezia, la conquista del Mar Nero nella sua seconda guerra contro la Sublime Porta e la conquista del Mar Caspio nel fraudolento intervento in Persia. Per un sistema basato sulle usurpazioni locali, bastava la terra; per un sistema basato sull'aggressione universale, l'acqua diventava indispensabile. Fu soltanto con la trasformazione della Moscovia da una potenza puramente continentale in un impero che confinava con il mare, che i tradizionali limiti
della politica moscovita poterono essere superati e fusi in quell'audace sintesi che, armonizzando i metodi usurpatori dello schiavo mongolo con le tendenze di conquista universale del padrone mongolo, costituisce il principio vitale della moderna diplomazia russa.
È stato detto che nessuna grande nazione è mai esistita o potrebbe mai esistere in una posizione cosí continentale come quella dell'impero di Pietro il Grande alle origini; che nessuno si è mai rassegnato a vedersi strappare le proprie coste e le foci dei propri fiumi; che la Russia non poteva abbandonare nelle mani degli svedesi le foci della Neva, sbocco naturale per i prodotti della Russia settentrionale più di quanto non potesse lasciare le foci del Don, del Dnjepr e del Bug e lo stretto di Kerc nelle mani dei tartari, nomadi e saccheggiatori; che le province del Baltico, proprio per la loro configurazione geografica, sono il naturale corollario di qualunque nazione possieda l'entroterra dietro ad esse, in una parola che Pietro, almeno per quanto riguarda questo aspetto, non si è impossessato che di ciò che era assolutamente necessario per il naturale sviluppo del suo paese. Da questo punto di vista Pietro il Grande, con la guerra contro la Svezia, mirava semplicemente a edificare una Liverpool russa e a dotarla di un'indispensabile striscia di costa.
Ma cosí si trascura un fatto importante, il tour de force con cui egli trasferì la capitale dell'Impero dal centro continentale all'estremità marittima, la caratteristica audacia con cui edificò la nuova capitale sulla prima striscia di costa baltica che avesse conquistato, quasi a un tiro di cannone dalla frontiera, dando così deliberatamente ai suoi domini un centro eccentrico. Trasferire il trono degli zar da Mosca a Pietroburgo significava por-
lo in una posizione in cui era esposto non fosse altro che ad affronti, fino a che non fosse interamente conquistata l'intera costa, da Libau a Tornea, opera compiuta soltanto nel 1809 con la conquista della Finlandia. « Pietroburgo è la finestra dalla quale la Russia può guardare sull'Europa», disse Algarotti. Fu sin dall'inizio una sfida lanciata agli europei e un incentivo ad ulteriori conquiste per i russi. Le fortificazioni dei nostri giorni della Polonia russa non sono che un passo ulteriore nell'esecuzione dello stesso progetto. Modlin, Varsavia, Ivangorod sono ben piú che fortezze per tenere a freno un paese ribelle, costituiscono la stessa minaccia per l'Occidente che rappresentò la fondazione di
Pietroburgo per il Nord, un centinaio di anni fa. Esistono per trasformare la Russia in un impero panslavico, come le province del Baltico esistevano per trasformare la Moscovia nella Russia. Pietroburgo, il centro eccentrico dell'Impero, indica immediatamente un perimetro ancora da disegnare.
Non è dunque la semplice conquista del Baltico che differenzia la politica di Pietro il Grande da quella dei suoi antenati, ma è il trasferimento della capitale che rivela il vero significato della conquista del Baltico. Pietroburgo non fu, come Mosca, la culla di una razza, ma la sede di un governo, non nacque dal paziente e lento lavoro di un popolo, ma dall'istantanea creazione di un uomo, non fu il centro da cui si irradiavano le peculiarità di un popolo di terraferma, ma l'estremità marittima dove esse si perdevano, non il nucleo tradizionale di uno sviluppo nazionale, ma il luogo deliberatamente scelto di un intrigo cosmopolita. Con il trasferimento della capitale, Pietro recise i naturali legami che
univano il vecchio sistema di usurpazione degli zar moscoviti alle naturali capacità e alle naturali aspirazioni della grande razza russa. Ergendo la sua capitale in riva al mare, egli lanciò una sfida aperta agli istinti antimarittimi della sua razza e la relegò a essere un semplice elemento nel suo meccanismo politico. Fin dal secolo XVI la Moscovia non aveva fatto nessuna annessione importante se non verso la Siberia e fino al secolo XVI le dubbie conquiste fatte verso occidente e verso sud non furono possibili se non in seguito ad operazioni dirette verso est. Trasferendo la capitale, Pietro proclamava al contrario che egli intendeva premere a est e sui paesi immediatamente vicini attraverso le operazioni a ovest. Se il campo d'azione a est era strettamente circoscritto dal carattere stazionario e dalle limitate relazioni dei popoli asiatici, il campo d'azione ad ovest apparve subito illimitato e universale per il carattere in evoluzione e le relazioni multilaterali dell'Europa occidentale. Il trasferimento della capitale segnò l'intenzione di cambiare il campo d'azione e la con-
quista delle province del Baltico forniva i mezzi per realizzarla, assicurando immediatamente alla Russia la supremazia sui vicini Stati del Nord, ponendola in immediato e costante contatto con tutti i punti d'Europa, gettando le basi di un vincolo materiale con le Potenze Marittime, che con questa conquista divennero dipendenti dalla Russia per le loro forniture navali, dipendenza che non esisteva fintanto che la Moscovia, che produceva la maggior parte dei materiali per le forniture navali, non possedeva sbocchi autonomi sul mare, mentre la Svezia, che possedeva questi sbocchi, era sprovvista del retroterra.
Se gli zar moscoviti, che mettevano in atto i loro soprusi principalmente servendosi dei khan tartari, furono obbligati a tartarizzare la Moscovia, Pietro il Grande, che era deciso ad agire servendosi dell'Occidente, fu obbligato a civilizzare la Russia. Mettendo le mani sulle province del Baltico, egli si impossessò subito degli strumenti necessari a questo progetto. Esse gli fornirono non soltanto i diplomatici e i generali, i cervelli con i quali eseguire il suo progetto di azione politica e militare in Occidente, ma gli offrirono nello stesso tempo una copiosa messe di
burocrati, maestri di scuola, istruttori, militari atti a dare ai russi quella verniciatura di civiltà che li preparasse alle tecniche dei popoli occidentali senza instillargliene le idee.
Né il Mare di Azov, né il Mar Nero, né il Mar Caspio potevano aprire a Pietro questo passaggio diretto all'Europa. D'altro canto, mentre lui era ancora in vita, Taganrog, Azov, il Mar Nero, con le sue flotte russe appena formate, con i porti e le darsene, furono nuovamente abbandonati o ceduti ai turchi. Anche la conquista della Persia si dimostrò un'impresa prematura. Delle quattro guerre che costituirono la carriera militare di Pietro il Grande, la prima - contro la Turchia -, i cui frutti andarono persi nel corso della seconda guerra turca, costituiva, per certi aspetti, la continuazione della tradizionale lotta contro i tartari. Per altri aspetti, non fu che il preludio alla guerra contro la Svezia, di cui la seconda guerra turca costituisce un episodio e la guerra persiana un epilogo. Cosí la guerra contro la Svezia, che durò ventun anni,
assorbe quasi interamente la carriera militare di Pietro il Grande. Sia che si considerino i suoi scopi, i suoi risultati o la sua durata, la si può a ragione chiamare la guerra di Pietro il Grande per eccellenza. La sua intera creazione ha come cardine la conquista della costa baltica.
Ora, ammettiamo per ipotesi la nostra totale ignoranza dei dettagli delle sue operazioni, militari e diplomatiche. Il semplice fatto che la trasformazione della Moscovia in Russia fosse. determinata dalla sua trasformazione da Potenza continentale se-
miasiatica in suprema Potenza Marittima del Baltico non ci porterebbe forse alla conclusione che l'Inghilterra, la piú grande Potenza Marittima di quell'epoca - Potenza Marittima che arrivava alle porte stesse del Baltico dove, sin dalla metà del XVII secolo, essa si era atteggiata ad arbitro supremo -, debba aver messo lo zampino in questo importante cambiamento, che essa debba essere servita o come principale appoggio o come principale ostacolo ai piani di Pietro il Grande, che durante la lotta lunga e mortale tra la Svezia e la Russia sia stata lei a far inclinare la bilancia, giacché, se non la vediamo tendere tutte le proprie forze per salvare la Svezia, possiamo essere certi che essa ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per favorire il Moscovita? Eppure l'Inghilterra, in ciò che comunemente viene chiamato storia, quasi non appare in questo grande dramma e comunque viene presentata piú come uno spettatore che come un attore. La storia reale dimostrerà che i khan dell'Orda d'oro non furono meno strumenti per la realizzazione dei piani di Ivan III e dei suoi predecessori di quanto non lo furono i governanti d'Inghilterra nel realizzare i piani di Pietro I e dei suoi successori.
I pamphlets che abbiamo ristampato, benché scritti da contemporanei inglesi di Pietro il Grande, sono ben lungi dal condividere le illusioni degli storici posteriori. Con enfasi denunciano l'Inghilterra come il piú potente strumento della Russia. La stessa posizione è assunta dal pamphlet che analizzeremo brevemente e con il quale concluderemo l'introduzione alle rivelazioni diplomatiche. Porta il titolo di «La verità è sempre la verità in qualsiasi epoca, o giustificazione delle presenti misure del nostro ministero contro il Moscovita, ecc. ecc. Umilmente dedicato alla Camera dei Comuni», Londra 1719.79
I precedenti pamphlets che abbiamo esaminato furono scritti all'epoca - o sùbito dopo - in cui, per usare le parole di un moderno ammiratore, « Pietro attraversava il Mar Baltico da padrone, alla testa delle squadre navali di tutte le Potenze del Nord, Inghilterra compresa, che si faceva vanto di navigare sotto il suo comando ». Nel 1719 tuttavia, quando fu pubblicato l'opuscolo La Verità è sempre la verità, la situazione sembrava completamente cambiata. Carlo XII era morto e il governo inglese ora fingeva di stare dalla parte della Svezia e di muovere guerra alla Russia. Ci sono altri elementi, connessi con questo opuscolo anonimo che meritano di essere sottolineati. Esso afferma di essere l'estratto di un rapporto che, per ordine di Giorgio I, il suo autore, di ritorno da Mosca nell'agosto del 1715 redasse e consegnò al visconte Townshend, allora segretario di Stato.
79 Truth is but Truth as it is timed; or, our Ministry's present measures against the Muscovite vindicated, etc. etc. Humbly dedicated to the House of Commons, London, 1719 (Marx lo cita anche col titolo Truth is but Truth however it is timed). L'autore di questo pamphlet - apparso anonimo - era George Mackenzie, residente inglese a Pietroburgo dal 1710 al 1715.
Si dà il caso - egli scrive - che sia un vantaggio che al tempo presente io sia stato il primo cosí fortunato da prevedere o così onesto da avvisare la nostra Corte dell'assoluta necessità di rompere con lo zar e di escluderlo dal Baltico. Il mio rapporto ha messo a nudo le sue mire verso altri Stati e persino verso l'impero germanico al quale, benché si tratti di un impero continentale, egli aveva offerto di annettere la Livonia come elettorato, cosicché egli sarebbe stato elevato al rango di elettore. Ciò attirò l'attenzione sul fatto che allora lo zar era intenzionato ad assumersi il titolo di autocrate.
Essendo egli capo della Chiesa ortodossa, egli sarebbe stato per ciò stesso riconosciuto come capo dell'impero ortodosso. Non ho bisogno di dire come noi saremmo riluttanti a riconoscergli quel titolo, dal momento che abbiamo già acconsentito a che un nostro ambasciatore lo chiamasse col nome di Sua Maestà l'imperatore, cosa che gli svedesi si sono rifiutati di fare.
Funzionario per qualche tempo all'ambasciata inglese nella Moscovia, il nostro autore, come egli afferma, fu più tardi «licenziato dall'incarico per volere dello zar» poiché, come assicura,
io avevo fornito alla nostra Corte tali chiarimenti sui suoi affari quali sono contenuti in questo scritto, cosa per la quale mi permetto di fare appello al re e di prendere come testimone il visconte Townshend che udì Sua Maestà fornire questa giustificazione del mio licenziamento. Eppure, nonostante tutto ciò, ho impiegato questi ultimi cinque anni a sollecitare il pagamento di una grossa somma arretrata che mi è ancora dovuta e di cui ho speso la maggior pane nell'eseguire una missione per Sua Maestà il defunto re.
Il nostro autore considera piuttosto scetticamente l'improvviso atteggiamento antimoscovita assunto dal gabinetto Stanhope.
Non pretendo, con questo scritto, di impedire che il ministro riceva l'approvazione che gli è dovuta dal pubblico se saprà spiegarci in modo soddisfacente i motivi che l'hanno indotto, fino a ieri, a combattere gli svedesi in qualsiasi campo, benché essi fossero nostri alleati esattamente come lo sono ora; o a rafforzare in qualsiasi modo lo zar, senza nessuna contropartita che non fosse l'amicizia con la Gran Bretagna... Nel momento in cui scrivo vengo a sapere che il gentiluomo, che meno di tre anni fa, permise ai moscoviti la loro prima apparizione nel Baltico come Marina reale senza la nostra protezione, è di nuovo autorizzato da chi è al potere ad andare Nel momento in cui scrivo vengo a sapere che il gentiluomo, che meno di tre anni fa, permise ai moscoviti la loro prima apparizione nel Baltico come Marina reale senza la nostra protezione, è di nuovo autorizzato da chi è al potere ad andare di nuovo incontro allo zar in quei mari. Per quale ragione e a qual fine?
Il gentiluomo cui si riferisce è l'ammiraglio Norris, la cui campagna sul Baltico contro Pietro 1 sembra in realtà essere Il mo-
dello al quale le recenti campagne navali degli ammiragli Napier e Dundas si sono perfettamente attenute.
La restituzione alla Svezia delle province del Baltico s'impone sia per gli interessi commerciali che politici della Gran Bretagna. Ecco l'essenza delle argomentazioni del nostro autore:
Il commercio è diventato la vita stessa del nostro Stato. Orbene, ciò che il cibo è per la vita, le forniture navali lo sono per una flotta. Il commercio che intratteniamo con tutte le altre nazioni del mondo è, nella migliore delle ipotesi, solo fonte di lucro; al contrario, quello con il Nord è una necessità assoluta tanto da poter essere impropriamente chiamato sacra embole della Gran Bretagna, essendo il nostro principale sbocco all'estero, per sostenere le nostre operazioni mercantili, e la nostra sicurezza nazionale. Come i manufatti di lana e i minerali sono i principali articoli di commercio della Gran Bretagna, allo stesso modo le forniture navali lo sono per la Moscovia e per tutte le province del Baltico che lo zar ha recentemente strappato alla corona di Svezia. Da quando queste province sono nelle mani dello zar, Pernau è completamente inattiva. A Revel non è rimasto un solo mercante inglese e tutto il commercio che si svolgeva prima con Narva è ora spostato a Pietroburgo... La Svezia non avrebbe mai potuto accaparrarsi il commercio dei nostri sudditi, perché i porti nelle sue mani non erano che luoghi di transito e di circolazione per questi articoli di commercio mentre il sito della produzione e fabbricazione si trova dietro i porti, nei domini dello zar. Ma, se lasciati allo zar, essi diventano veri e propri depositi dei prodotti provenienti dall'interno dei domini dello zar. Possedendo già Archangelsk sul Mar Bianco, lasciargli anche un solo porto sul Baltico sarebbe come mettergli in mano due chiavi dei magazzini generali di tutte le forniture navali d'Europa, essendo noto che i danesi, gli svedesi, i polacchi e i prussiani nei loro domini hanno soltanto alcuni tipi di articoli, non tutti. Se lo zar dovesse cosí assorbire tutte le forniture che ci sono indispensabili che ne sarebbe della nostra flotta? E che ne sarebbe della sicurezza del nostro commercio con ogni paese del mondo?
Se perciò l'interesse del commercio inglese impone di escludere lo zar dal Baltico « il supremo interesse dello Stato ci dovrebbe spingere ad affrettarne la risoluzione. Per interesse dello Stato non vorrei si intendessero né le misure di partito di un ministero, né qualsiasi motivazione estranea di una Corte, ma precisamente ciò che è, e sempre deve essere: la preoccupazione immediata sia per la sicurezza, la pace, la dignità o i vantaggi della Corona sia per il benessere comune della Gran Bretagna ». Per quanto riguarda il Baltico, « fin dal primissimo periodo della nostra potenza navale », è stato sempre considerato interesse fondamentale del nostro Stato in primo luogo il prevenire l'ascesa di qual-
siasi nuova Potenza Marittima, e in secondo luogo il mantenete l'equilibrio di potere tra la Danimarca e la Svezia.
Un esempio di saggezza e di previdenza di quelli che allora erano realmente degli uomini di Stato britannici è la pace di Stolbovo del 161780 Giacomo I fu mediatore di quel trattato con il quale il Moscovita fu costretto a cedere tutte le province che allora possedeva sul Baltico e a restare solo una Potenza continentale in quella parte d'Europa.
La stessa politica tesa a prevenire l'ascesa nel Baltico di una nuova Potenza Marittima fu attuata dalla Svezia e dalla Danimarca.
Chi ignora che i tentativi dell'imperatore di procurarsi un porto di mare in Pomerania non pesarono meno di qualsiasi altro motivo nella decisione del grande Gustavo di portare le armi nel cuore stesso della casa d'Austria? Che cosa successe, ai tempi di Carlo Gustavo81, alla stessa corona di Polonia che, oltre ad essere in quei tempi la piú importante delle Potenze del Nord, possedeva anche una lunga striscia di costa e alcuni porti sul Baltico?
I danesi, benché fossero allora alleati della Polonia, non le avrebbero mai permesso di tenere una flotta nel Baltico, fosse stato persino per aiutarli contro gli svedesi; al contrario distrussero le navi polacche dovunque le incontrassero.
Per quanto riguarda il mantenimento dell'equilibrio di potere tra le Potenze Marittime del tempo situate sul Baltico, la tradizione della politica inglese non è meno chiara. «Quando gli svedesi ci diedero qualche preoccupazione minacciando di schiacciare la Danimarca» l'onore del nostro Paese fu sostenuto ristabilendo l'equilibrio di potere allora compromesso.
Il Commonwealth inglese mandò una squadra navale nel Baltico che portò al trattato di Roskilde (1658)82, successivamente confermato a Copenaghen nel 1660. Il fuoco di paglia acceso dai danesi ai tempi di re Guglielmo III fu altrettanto rapidamente spento da George Rock con il trattato di Copenaghen.
Tale è stata la tradizionale politica dell'Inghilterra.
Non è mai venuto in mente ai politici di quei tempi di ricorrere all'ottimo espediente di favorire il sorgere di una terza Potenza Marittima per ristabilire di nuovo l'equilibrio e creare rapporti piú giusti sul Baltico... Chi ha preso questa decisione contro Tiro, nobile città i cui mercanti sono principi e i cui trafficanti onorano la terra? Ego autem neminem nomino, quare irasci mihi nemo poterit nisi qui ante de se noluerit confiteri83. I posteri avranno qualche difficoltà
80 Pace di Stolbovo: stipulata alla fine della guerra russo-svedese del 1614-17; con essa la Russia perse completamente l'accesso al Baltico.
81 Carlo X Gustavo: re di Svezia dal 1654 al 1660.
82 Trattato di Roskilde: concluso tra Svezia e Danimarca, impose a quest'ultima la cessione delle sue province nella parte meridionale della Svezia.
83 «Io poi non ho fatto il nome di alcuno e per questo non ci si potrà adirare con me, a meno che non ci sia chi abbia voluto credere che si sia parlato di lui».
a credere che questa possa essere opera di uno qualsiasi dei governanti ora in carica... che noi abbiamo aperto Pietroburgo allo zar solo a spese nostre e senza alcun rischio da parte sua...
La linea politica piú sicura sarebbe quella di ritornare al trattato di Stolbovo e di non sopportare piú a lungo che il Moscovita «nidifichi nel Baltico». Tuttavia si può dire che «nell'attuale stato di cose» sarebbe «difficile recuperare il vantaggio che abbiamo perso tralasciando di tenere a freno, quando era piú facile, la crescita della Potenza moscovita». Vi è ragione di pensare che una via di mezzo sia piú conveniente.
Se noi dovessimo ritenere compatibile con il benessere del nostro Stato che il Moscovita avesse uno sbocco nel Baltico, essendo, tra tutti i principi d'Europa, a capo di un Paese che può procurargli i piú grandi vantaggi mettendo in circolazione i suoi prodotti sui mercati esteri, non sarebbe allora ragionevole aspettarsi che in cambio del fatto che noi abbiamo finora assecondato i suoi interessi, per lo sviluppo del suo Paese, Sua Maestà lo zar, da parte sua, non ci chiedesse niente che potesse turbare la sicurezza di altri e, accontentandosi di navi da commercio, non richiedesse nessuna nave da guerra?
Cosí noi dovremmo scoraggiare la sua speranza di diventare mai qualcosa di piú di una Potenza continentale... [ma] dovremmo anche respingere l'obiezione di trattare lo zar peggio di quel che possa aspettarsi qualsiasi Principe Sovrano. Non citerò come esempio la repubblica di Genova o, nello stesso Baltico, il duca di Curlandia, ma indicherò la Polonia e la Prussia che, benché siano entrambe regni, si sono sempre accontentate della libertà di traffico senza insistere per possedere una flotta. Oppure citerò il trattato di Falczin, tra la Turchia e la Moscovia, con il quale Pietro fu costretto non solo a restituire Azov e a rinunciare a tutte le sue navi da guerra in quei luoghi, ma anche ad accontentarsi della pura e semplice libertà di traffico nel Mar Nero. Anche il solo sbocco commerciale sul Baltico supererebbe già ciò che egli in coscienza poteva ripromettersi non molto tempo fa, alla fine della sua guerra con la Svezia.
Se lo zar rifiuta di acconsentire a un tale «accomodamento conciliante» non avremo «niente da rimproverarci se non il tempo perduto a usare tutti i mezzi che il Cielo ci ha concesso per indurlo a una pace vantaggiosa per la Gran Bretagna». La guerra diventerebbe inevitabile. In questo caso
si dovrebbe non solo spingere il nostro ministero a proseguire nelle attuali misure, ma soprattutto infiammare il cuore di ogni onesto cittadino britannico di sacra indignazione di fronte al fatto che uno zar della Moscovia, che deve la sua esperienza marittima alle no-
stre istruzioni e la sua grandezza alla nostra tolleranza, debba così presto rifiutare alla Gran Bretagna le condizioni che solo pochi anni fa era disposto ad accettare dalla Sublime Porta.
In ogni caso è nostro interesse restituire alla Svezia quelle province che il Moscovita le ha strappato nel Baltico. La Gran Bretagna non può piú assicurare l'equilibrio nel Baltico da quando ha permesso l'ascesa a Potenza Marittima del Moscovita... Se noi ci fossimo comportati in conformità agli articoli dell'alleanza stipulata da re Guglielmo con la corona di Svezia, quella valorosa nazione avrebbe costituito un ostacolo sufficiente all'insediamento dello zar sul Baltico... Il tempo confermerà che l'espulsione del Moscovita dal Baltico è ora lo scopo principale del nostro ministero.